I Dispacci

Beyond Good & Evil 2 cambia nome: rinascita o reset?

Reek "L’Inquisitore degli Archivi"
Agosto 7, 2026
6 min lettura

Il ritorno di un sogno che Ubisoft non riesce a lasciare andare

Ci sono videogiochi che diventano famosi per il successo ottenuto, altri per i premi ricevuti, altri ancora perché riescono a conquistare una piccola ma indistruttibile comunità di appassionati. Beyond Good & Evil 2 appartiene a quest’ultima categoria: un progetto nato come seguito di un cult mai realmente esploso sul mercato, trasformato nel corso degli anni in una delle produzioni più misteriose, travagliate e affascinanti dell’intera industria videoludica.

Dopo anni di silenzi, cambi di direzione e una lunga assenza dai riflettori, il progetto torna nuovamente al centro dell’attenzione per una possibile trasformazione interna: secondo alcune indiscrezioni, Ubisoft avrebbe intenzione di effettuare un nuovo “reboot creativo” del gioco, arrivando persino a valutare un cambio di nome per allontanarsi dal peso del passato.

Una scelta che, se confermata, rappresenterebbe molto più di un semplice cambio di branding. Perché quando un’opera porta sulle spalle quasi vent’anni di aspettative, il nome stesso diventa una responsabilità. Beyond Good & Evil 2 non è più soltanto un videogioco in sviluppo: è diventato un simbolo delle promesse non mantenute, delle ambizioni troppo grandi e delle difficoltà che spesso accompagnano i progetti destinati a diventare qualcosa di enorme.

La domanda quindi è inevitabile: Ubisoft sta cercando di salvare un progetto ormai troppo ingombrante oppure sta finalmente liberando il gioco dal peso di un’eredità impossibile da sostenere?


Un progetto nato nel passato e intrappolato nel futuro

La storia di Beyond Good & Evil 2 è quasi un caso di studio dell’industria moderna. Il progetto venne mostrato per la prima volta nel 2008, quando Ubisoft iniziò a parlare di un seguito dell’avventura originale di Michel Ancel. Dopo anni di silenzio, il titolo tornò ufficialmente sotto i riflettori durante l’E3 2017, mostrando una visione completamente diversa: non più soltanto un’avventura narrativa legata a Jade, ma un enorme universo fantascientifico ambientato nel Sistema 3, con elementi RPG, esplorazione spaziale e una struttura pensata per essere affrontata anche in cooperativa.

L’ambizione era enorme. Forse troppo enorme.

Ubisoft Montpellier immaginava un universo aperto senza confini, un mondo dove i giocatori avrebbero potuto vivere la propria storia da pirati spaziali, passando da semplici fuorilegge a leggende dell’universo. Un concetto affascinante sulla carta, ma che inevitabilmente allontanava il progetto dallo spirito più intimo dell’opera originale.

Il primo Beyond Good & Evil, uscito nel 2003, era un gioco particolare proprio perché riusciva a mescolare generi diversi senza perdere la propria identità: avventura, fotografia, giornalismo investigativo, critica sociale e un cast di personaggi memorabili. Non era un titolo costruito sulle dimensioni del mondo, ma sulla qualità del viaggio.

Il secondo capitolo, invece, sembrava voler inseguire una filosofia completamente diversa: costruire un universo.

Ed è forse proprio qui che è iniziato il problema.


Il peso di un nome diventato troppo grande

Cambiare il nome a un progetto come Beyond Good & Evil 2 potrebbe sembrare una scelta rischiosa, ma allo stesso tempo potrebbe rappresentare una necessità.

Nel corso degli anni il titolo è diventato sinonimo di sviluppo infinito. Ogni nuova notizia, ogni rinvio, ogni assenza dagli eventi Ubisoft ha alimentato la percezione di un gioco incapace di trovare una propria direzione.

Il rischio per Ubisoft è evidente: anche nel caso in cui il progetto attuale sia valido, potrebbe essere giudicato prima ancora di essere provato.

Un nuovo nome permetterebbe forse agli sviluppatori di presentare il gioco senza dover continuamente rispondere alla domanda più pesante:

“Dov’è finito Beyond Good & Evil 2?”

La storia dell’industria dimostra che non tutti i reboot sono necessariamente un fallimento. A volte rappresentano il momento in cui un progetto smette di inseguire un’idea precedente e trova finalmente la propria identità.

Il problema, però, è che con Beyond Good & Evil il legame con il passato è proprio uno degli elementi più importanti.

La community non aspetta semplicemente un nuovo gioco Ubisoft.

Aspetta un ritorno.


Ubisoft e la difficile gestione delle grandi ambizioni

La vicenda di Beyond Good & Evil 2 si inserisce in un momento particolarmente delicato per Ubisoft. Negli ultimi anni la compagnia francese ha attraversato una fase di profonda riorganizzazione interna, caratterizzata da cancellazioni, ridimensionamenti e una revisione delle proprie strategie produttive.

Il mercato dei videogiochi AAA è diventato sempre più costoso e competitivo. Creare mondi enormi richiede investimenti giganteschi, tempi di sviluppo lunghissimi e una capacità di mantenere il pubblico interessato per anni.

Progetti come Beyond Good & Evil 2 rappresentano perfettamente questa nuova difficoltà dell’industria: più grande non significa automaticamente migliore.

Negli ultimi anni abbiamo visto numerosi giochi ambiziosi scontrarsi con lo stesso problema. La promessa di creare “il mondo definitivo” può diventare una trappola, perché ogni elemento aggiunto aumenta la complessità del progetto.

Forse Ubisoft ha finalmente compreso che Beyond Good & Evil 2 non aveva bisogno di essere il gioco più grande possibile.

Aveva bisogno di essere il gioco giusto.


La domanda più importante: esiste ancora l’anima originale?

Al di là del possibile cambio di nome, del reboot o delle modifiche allo sviluppo, il vero interrogativo riguarda l’identità del progetto.

Perché il rischio più grande non è che Beyond Good & Evil 2 cambi.

Il rischio è che cambi troppo.

Gli appassionati del primo capitolo non hanno mai chiesto semplicemente un enorme universo fantascientifico da esplorare. Hanno amato un’atmosfera precisa, un modo particolare di raccontare il mondo e personaggi capaci di lasciare un segno.

Jade, Pey’j e il Sistema 3 non erano importanti perché vivevano in un universo enorme.

Erano importanti perché sembravano appartenere a un mondo vivo.

La sfida di Ubisoft sarà quindi trovare un equilibrio: mantenere l’ambizione di un grande progetto moderno senza perdere quella sensibilità che aveva reso speciale l’originale.

Perché un Beyond Good & Evil senza la sua anima sarebbe soltanto un altro gioco di fantascienza.

E questo sarebbe il vero fallimento.


Verdetto dell’inquisitore

Beyond Good & Evil 2 è diventato uno dei progetti più emblematici delle difficoltà dell’industria moderna: un gioco nato da una grande idea, cresciuto attraverso aspettative gigantesche e rimasto intrappolato tra ciò che doveva essere e ciò che forse può ancora diventare.

Un eventuale cambio di nome potrebbe sembrare una resa, ma potrebbe anche rappresentare il primo passo verso una nuova identità. A volte per ritrovare la propria strada bisogna avere il coraggio di abbandonare il percorso iniziale.

La vera domanda, però, non riguarda il nome.

Riguarda lo spirito.

Se Ubisoft riuscirà a recuperare quella capacità di sorprendere che aveva caratterizzato il primo capitolo, allora Beyond Good & Evil 2 potrebbe ancora trasformarsi da progetto maledetto a grande ritorno.

Ma se dietro il nuovo nome ci sarà soltanto un altro enorme mondo aperto senza anima, allora anche il miglior reboot non potrà salvarlo.

E voi cosa ne pensate in Taverna? Un nuovo nome potrebbe aiutare Beyond Good & Evil 2 a rinascere oppure il progetto ha ormai perso il legame con le sue origini?

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