Final Fantasy VII Revelation non tradirà l’originale
Il difficile equilibrio tra memoria e cambiamento
C’è una frase pronunciata da Naoki Hamaguchi che, più di molte altre dichiarazioni degli ultimi mesi, riesce a fotografare il problema al centro di Final Fantasy VII Revelation: trasformare un’opera considerata intoccabile da milioni di giocatori senza trasformare il remake in qualcosa che appartenga più agli sviluppatori che al pubblico. Il director ha spiegato che una delle difficoltà principali dell’intero progetto è stata proprio evitare che la trilogia diventasse una sorta di personale fan project, costruito secondo i desideri di chi la sta realizzando invece che nel rispetto dell’identità di Final Fantasy VII.
La dichiarazione arriva in un momento particolarmente delicato, perché Revelation non è più semplicemente un altro capitolo della trilogia. È il punto nel quale Square Enix dovrà finalmente dimostrare se tutte le deviazioni, le aggiunte e le reinterpretazioni introdotte con Final Fantasy VII Remake e Final Fantasy VII Rebirth erano parte di un disegno coerente oppure se il progetto finirà per allontanarsi troppo dal cuore dell’opera originale. Il problema, naturalmente, è che il confine tra reinterpretare e tradire è sottilissimo quando si mette mano a un gioco che ha segnato una generazione.
Non rifare Final Fantasy VII significa anche rischiare
La trilogia Remake non è mai stata concepita come una semplice operazione di restauro. Fin dal primo capitolo Square Enix ha dimostrato di voler utilizzare il materiale originale come fondamenta per qualcosa di nuovo, mantenendo personaggi, ambientazioni e avvenimenti riconoscibili ma introducendo elementi capaci di modificare il modo in cui il giocatore interpreta ciò che sta accadendo.
I Sussurri del Destino sono probabilmente l’esempio più evidente. La loro presenza ha trasformato il rapporto con l’originale: chi conosce già la storia non si trova semplicemente davanti a una versione moderna degli stessi eventi, ma viene continuamente spinto a chiedersi se ciò che ricorda sia davvero destinato a ripetersi. Rebirth ha poi spinto ancora più avanti questo gioco di aspettative, soprattutto nella sua parte finale.
Eppure, secondo Hamaguchi, la struttura centrale della storia non è mai stata modificata sulla base delle reazioni del pubblico. Il director sostiene che la squadra abbia costruito i tre capitoli seguendo un tema centrale stabilito fin dall’inizio, aggiungendo dettagli e nuove interpretazioni senza lasciarsi trascinare dalle reazioni ai giochi precedenti.
Ed è una distinzione fondamentale. Perché una cosa è ascoltare il pubblico e correggere un problema di design; un’altra è cambiare il destino di una storia perché una parte dei fan non ha gradito una determinata scelta. Nel secondo caso il rischio sarebbe quello di perdere completamente una direzione narrativa.
Il problema non è essere fedeli: è capire a cosa
Qui, personalmente, trovo che la discussione diventi molto più interessante. Quando parliamo di fedeltà a Final Fantasy VII, di quale fedeltà stiamo parlando?
Quella della trama del 1997? Quella dei personaggi? Quella dei temi? Quella delle emozioni provate dai giocatori ventinove anni fa? Oppure quella dell’universo narrativo che si è sviluppato attraverso giochi, film e spin-off nel corso degli anni?
Non esiste una risposta semplice. Final Fantasy VII è diventato qualcosa di molto più grande del singolo gioco pubblicato su PlayStation nel 1997. La Compilation of Final Fantasy VII ha ampliato personaggi e avvenimenti, mentre Remake e Rebirth hanno preso quell’eredità e l’hanno trasformata nuovamente. Square Enix non sta quindi lavorando soltanto sul ricordo del gioco originale: sta mettendo ordine, almeno nelle intenzioni, dentro decenni di interpretazioni dello stesso universo.
La stessa comunicazione ufficiale di Square Enix presenta Revelation come il capitolo conclusivo nel quale le storie e le emozioni accumulate negli anni dovrebbero convergere verso il finale della trilogia. Hamaguchi ha inoltre parlato di un progetto costruito attorno al tema della “resolve”, della determinazione, che accompagnerà Cloud e i suoi compagni verso lo scontro conclusivo.
Questo significa che Revelation non può permettersi di ignorare ciò che è venuto prima. Ma, allo stesso tempo, non può limitarsi a riprodurlo.
Il finale era già stato deciso
Uno degli aspetti più rassicuranti emersi dalle precedenti dichiarazioni di Hamaguchi è che la conclusione della trilogia non sarebbe stata inventata strada facendo. La struttura generale della storia era stata pianificata fin dall’inizio dello sviluppo e Yoshinori Kitase, director e autore dell’originale, ha partecipato alla definizione del finale della nuova trilogia.
Questo dettaglio assume un peso enorme alla luce delle dichiarazioni più recenti.
Se il finale fosse stato deciso soltanto dopo l’accoglienza di Remake e Rebirth, sarebbe legittimo chiedersi quanto le reazioni dei giocatori avessero influenzato la direzione narrativa. Hamaguchi, invece, sostiene esattamente il contrario: la squadra non avrebbe modificato il nucleo della storia sulla base delle reazioni ricevute.
Non significa che tutto fosse scritto nei minimi dettagli sin dal primo giorno. Il director stesso ha spiegato che ogni gioco ha permesso di aggiungere elementi e sviluppare ulteriormente determinati aspetti. Ma la rotta generale sarebbe rimasta la stessa.
Per una trilogia che ha fatto della sorpresa uno dei propri strumenti narrativi principali, è una rassicurazione importante.
Il rischio della fan fiction era reale
La frase sul “personal fan project” è probabilmente quella destinata a far discutere maggiormente, ma è anche quella che considero più significativa.
Chi lavora su un’opera amata può facilmente cadere nella tentazione di dimostrare quanto conosce quel materiale. Si inseriscono riferimenti, si recuperano personaggi, si ampliano retroscena, si modificano scene considerate intoccabili e si cerca continuamente di sorprendere chi conosce già tutto. Il risultato può diventare tecnicamente impressionante, ma perdere progressivamente la capacità di raccontare una storia per concentrarsi sul rapporto con il fandom.
Final Fantasy VII Remake e Rebirth hanno giocato continuamente con questo meccanismo. Il giocatore che conosce l’originale possiede informazioni che il protagonista non necessariamente possiede e può quindi leggere determinate scene su due livelli differenti. È uno dei motivi per cui la trilogia riesce a essere contemporaneamente un remake e qualcosa di diverso.
Ma proprio questa consapevolezza può diventare una trappola.
Se ogni modifica esiste soltanto per sorprendere il fan storico, alla lunga la sorpresa diventa più importante della storia. E a quel punto il remake rischia davvero di trasformarsi in una fan fiction ad altissimo budget.
Hamaguchi sembra essere perfettamente consapevole di questo pericolo. La sfida, nelle sue parole, non consiste semplicemente nell’inserire elementi differenti dall’originale o nuove interpretazioni, ma nel chiedersi continuamente se ciò che stanno creando possa ancora essere considerato davvero Final Fantasy VII.
Ed è probabilmente questa la domanda che accompagnerà Revelation fino al giorno del lancio.
Rebirth ha già dimostrato che il confine è sottile
Chi ha giocato Final Fantasy VII Rebirth sa perfettamente quanto questa filosofia possa essere complicata. Il gioco ha ampliato enormemente il mondo dell’originale, introducendo nuove attività, personaggi, situazioni e interpretazioni senza abbandonare completamente la struttura narrativa che i fan ricordavano.
Allo stesso tempo, alcune località e alcuni elementi dell’originale sono stati deliberatamente esclusi da Rebirth. Hamaguchi ha spiegato che, per esempio, Rocket Town e Wutai non erano stati inseriti in quel capitolo perché avrebbero reso l’esperienza eccessivamente densa, compromettendo il ritmo e la concentrazione narrativa del secondo gioco.
Questo è un esempio perfetto di cosa significhi reinterpretare un’opera invece di copiarla.
La fedeltà assoluta avrebbe imposto di inserire tutto ciò che c’era nel gioco del 1997 nello stesso punto della storia. La scelta degli sviluppatori è stata invece quella di proteggere l’esperienza complessiva del nuovo gioco, rimandando determinati elementi al capitolo conclusivo.
E questo ci porta direttamente a Revelation, perché adesso quei contenuti dovranno trovare spazio in un progetto che promette di essere enorme.
Il terzo capitolo non può più rimandare
Con Remake era possibile lasciare domande aperte. Con Rebirth era ancora possibile rimandare alcune risposte. Con Revelation, molto semplicemente, non sarà più possibile.
La trilogia arriverà al momento nel quale Cloud e i suoi compagni dovranno affrontare il destino che il gioco originale ha già consegnato alla storia dei videogiochi. Meteor incombe, Sephiroth resta la minaccia centrale e il mondo aperto di Rebirth verrà ulteriormente ampliato attraverso l’esplorazione del pianeta e l’utilizzo dell’Highwind. Square Enix ha confermato che il gioco uscirà su PlayStation 5 l’8 aprile 2027 e che sarà il capitolo conclusivo della Remake Series.
Il problema, quindi, non è più soltanto capire quanto Revelation cambierà l’originale. È capire come cambierà ciò che conosciamo senza rendere irrilevante ciò che abbiamo amato.
La differenza sembra sottile, ma non lo è affatto.
Cloud sarà uno degli elementi più delicati
Hamaguchi ha già lasciato intendere che Revelation mostrerà un lato di Cloud che non abbiamo ancora visto. Il director ha fatto riferimento a un protagonista più maturo e al modo in cui affronterà la crisi, ponendo particolare attenzione anche ai suoi rapporti con gli altri membri del gruppo e alla risposta che troverà come individuo.
È esattamente il tipo di espansione che, a mio avviso, può funzionare se resta al servizio del personaggio.
Cloud non ha bisogno di essere riscritto per diventare interessante. Ha bisogno che ciò che già conosciamo venga approfondito. La sua identità, il rapporto con il proprio passato, la relazione con Tifa, Aerith e gli altri compagni e il confronto con Sephiroth sono già elementi narrativamente potentissimi.
Aggiungere sfumature può essere un valore. Cambiare completamente ciò che rende Cloud Cloud sarebbe invece un’altra cosa.
Ed è qui che la filosofia espressa da Hamaguchi mi convince: non si tratta di congelare l’originale, ma di evitare che la reinterpretazione perda la propria identità.
Una sola strada verso il finale
Un’altra informazione importante riguarda la struttura narrativa. Nonostante le numerose variazioni introdotte dalla trilogia, Hamaguchi ha già confermato che Final Fantasy VII Revelation avrà un’unica conclusione. Non ci saranno finali multipli determinati dalle scelte del giocatore che possano riscrivere il destino della storia principale.
Anche questo, per me, è un segnale interessante.
La trilogia ha giocato molto con il concetto di destino, possibilità e cambiamento. Sarebbe stato estremamente facile trasformare Revelation in una sorta di gigantesco “scegli il tuo finale”, magari permettendo ai giocatori di salvare personaggi o modificare radicalmente gli eventi originali.
Ma una scelta del genere avrebbe potuto distruggere proprio ciò che Hamaguchi dice di voler proteggere.
Se l’obiettivo è reinterpretare Final Fantasy VII mantenendone il nucleo, una conclusione unica permette alla squadra di assumersi una responsabilità narrativa precisa. Potremo apprezzarla o contestarla, ma sarà una scelta degli autori, non il risultato di un sistema costruito per accontentare ogni possibile desiderio del pubblico.
La vera sfida sarà rispettare il passato senza viverne prigionieri
Il rischio opposto, naturalmente, esiste. Essere troppo prudenti può essere altrettanto pericoloso quanto osare troppo.
Se Revelation dovesse limitarsi a ricreare gli stessi momenti che ricordiamo, con grafica moderna e combattimenti spettacolari, la trilogia perderebbe gran parte del significato che ha costruito nei primi due capitoli. Remake e Rebirth ci hanno insegnato a dubitare delle nostre certezze. Hanno trasformato la conoscenza dell’originale in uno strumento narrativo.
Adesso devono utilizzare quella stessa consapevolezza per arrivare a una conclusione che abbia senso nel nuovo contesto.
Non voglio semplicemente vedere la stessa storia con modelli poligonali migliori. Voglio capire perché Square Enix abbia scelto di raccontarla in tre giochi, quali conseguenze abbiano avuto tutte le deviazioni introdotte finora e perché il viaggio di Cloud debba necessariamente terminare proprio in questo modo.
Se Revelation riuscirà a rispondere a queste domande, allora il progetto avrà raggiunto il proprio obiettivo.
Il peso di un finale che tutti conoscono
C’è poi un ultimo problema che nessun altro remake affronta allo stesso modo: molti giocatori conoscono già il finale.
Questo significa che Square Enix deve creare tensione attorno a qualcosa che, almeno in parte, è già noto. È una sfida narrativa enorme. L’unico modo per superarla non è semplicemente cambiare tutto, perché una modifica radicale rischierebbe di tradire proprio ciò che il progetto vuole preservare.
La soluzione deve stare nel mezzo: fare in modo che il giocatore sappia cosa dovrebbe accadere, ma non sia completamente certo di come ci arriveremo.
È una differenza fondamentale. La sorpresa non deve necessariamente consistere nel cambiare il destino di ogni personaggio. Può consistere nel modo in cui quel destino viene raccontato, nelle conseguenze che avrà e soprattutto nel significato che assumerà all’interno della nuova trilogia.
Questo è il terreno sul quale Revelation si giocherà tutto.
Verdetto dell’Inquisitore
Personalmente, considero le parole di Hamaguchi una delle dichiarazioni più importanti arrivate finora sul capitolo conclusivo di Final Fantasy VII. Non perché mi garantiscano che il finale sarà quello che desidero, ma proprio perché chiariscono quale dovrebbe essere il principio guida del progetto: reinterpretare senza perdere l’identità dell’opera originale.
Io non pretendo che Revelation sia identico al gioco del 1997. A quel punto non avremmo bisogno di una trilogia così ambiziosa. Voglio però che ogni modifica abbia una ragione, che ogni deviazione serva davvero alla nuova storia e che il rispetto per il materiale originale non venga confuso con una semplice collezione di riferimenti nostalgici.
Soprattutto, non voglio che Square Enix cerchi di accontentare ogni teoria e ogni desiderio del fandom. Una storia deve poter prendere delle decisioni, anche quando sono scomode. Se Hamaguchi riuscirà davvero a mantenere quella linea che ha descritto, allora Final Fantasy VII Revelation potrebbe chiudere la trilogia nel modo più difficile ma anche più soddisfacente: essendo nuovo senza smettere di essere Final Fantasy VII.
Adesso resta soltanto da vedere quanto coraggio ci sarà nelle scelte finali. Perché rispettare l’originale non significa avere paura di cambiarlo; significa sapere esattamente dove fermarsi.
E voi cosa ne pensate? Preferite che Final Fantasy VII Revelation rimanga il più fedele possibile alla storia originale oppure siete pronti ad accettare cambiamenti anche radicali, purché abbiano un senso all’interno della nuova trilogia? Fatecelo sapere in Taverna.
