I Dispacci

Shawn Layden: i dischi danneggiano PlayStation

Reek "L’Inquisitore degli Archivi"
Ottobre 8, 2026
13 min lettura

L’addio ai dischi potrebbe costare caro a PlayStation

C’è un momento preciso nel quale una scelta commerciale smette di essere soltanto una scelta commerciale e comincia a diventare una questione di identità. Per PlayStation, quel momento potrebbe essere arrivato con l’annuncio del luglio scorso: dal gennaio 2028 Sony smetterà di produrre dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation, lasciando al digitale il compito di rappresentare l’unica forma di distribuzione per le nuove uscite. Sony ha giustificato la decisione parlando di un cambiamento ormai evidente nelle preferenze dei consumatori e di un mercato nel quale il digitale ha assunto un peso largamente maggioritario. Ma se i numeri possono spiegare perché una società prenda una determinata strada, non necessariamente spiegano cosa quella strada possa significare per il rapporto con il proprio pubblico. Ed è proprio qui che interviene Shawn Layden, ex dirigente di PlayStation e figura che conosce molto bene il marchio dall’interno.

Layden non ha usato mezze misure. Intervenendo nel podcast The Expansion Pass, ha riconosciuto senza problemi che il digitale è più comodo: premere un pulsante sul controller e avviare un download è evidentemente più semplice che andare in negozio o persino alzarsi dal divano per inserire un disco nella console. Il problema, secondo l’ex dirigente, non è quindi la comodità del digitale e nemmeno il fatto che la maggioranza dei giocatori lo preferisca. Il problema è quello che succede quando una piattaforma decide di eliminare completamente l’alternativa fisica, perché a quel punto non sta più semplicemente seguendo una tendenza del mercato: sta dicendo a una parte della propria comunità che il modello che ha accompagnato PlayStation per decenni non rappresenta più il futuro. E quella parte della comunità, secondo Layden, potrebbe essere molto più importante di quanto suggerisca la sua dimensione numerica.

Quel 20% che Sony non dovrebbe ignorare

La riflessione di Layden parte da una distinzione apparentemente semplice, ma che merita molta più attenzione di quanto sembri. L’ex dirigente ipotizza che circa l’80% dei giocatori possa ormai scegliere il digitale, lasciando un 20% orientato ancora verso il prodotto fisico. Non presenta questa percentuale come un dato ufficiale di Sony, e infatti sottolinea più volte di non conoscere le cifre esatte. Quello che gli interessa è il significato di quella minoranza: non necessariamente i clienti meno importanti, ma spesso alcuni dei più affezionati al marchio. Il riferimento è soprattutto ai collezionisti, alle persone che acquistano edizioni fisiche, conservano le proprie copie, comprano più versioni dello stesso gioco e costruiscono nel tempo una vera e propria collezione.

Qui, personalmente, credo che la riflessione meriti di essere separata dal semplice dibattito tra “fisico bello” e “digitale comodo”. Un’azienda può perfettamente dimostrare che la maggioranza dei propri clienti preferisce scaricare i giochi e, contemporaneamente, sottovalutare il valore simbolico di chi continua ad acquistare prodotti fisici. Un collezionista non compra necessariamente soltanto un software: compra un oggetto che rappresenta una relazione con un gioco, con una serie, con una generazione di console o con il marchio stesso. Quando metto una copia di Gran Turismo, Metal Gear Solid, The Last of Us o Bloodborne sulla mia libreria, quella copia non svolge semplicemente la funzione di contenitore del gioco. Fa parte della mia esperienza di giocatore e, soprattutto, rimane qualcosa che posso conservare, prestare, rivendere o semplicemente possedere. È esattamente questa dimensione che rischia di scomparire quando il supporto fisico viene eliminato alla radice.

E c’è un’altra questione che non va sottovalutata: il mercato fisico non coincide necessariamente con il solo collezionismo. Esiste il mercato dell’usato, esistono le promozioni dei negozi, esiste la possibilità di acquistare un gioco a prezzo ridotto dopo alcuni mesi, esiste la possibilità di prestarlo a un amico o di recuperare un titolo anni dopo senza dipendere necessariamente dal catalogo digitale del produttore. Eliminare il disco significa togliere anche una serie di possibilità collaterali che per molti giocatori fanno parte del valore stesso dell’acquisto.

Sony ha i numeri dalla sua parte?

Ed è qui che bisogna essere onesti, perché trasformare questa storia in una semplice crociata contro Sony sarebbe troppo facile e, soprattutto, poco utile. Sony ha numeri molto forti dalla propria parte. Reuters ha riportato che circa l’80% delle vendite di giochi completi di Sony nell’anno fiscale 2025 proveniva dal digitale. Il mercato ha quindi già compiuto gran parte del percorso che oggi Sony sta semplicemente decidendo di completare. Non siamo davanti a un’azienda che vuole imporre il digitale a un pubblico ancora fortemente legato ai dischi: siamo davanti a un’azienda che osserva una trasformazione già avvenuta e decide di eliminare progressivamente ciò che considera ormai una parte minoritaria del proprio business.

Anche i dati Circana analizzati da Ars Technica raccontano una storia difficile da ignorare. Negli Stati Uniti le vendite fisiche di videogiochi sono passate da un picco di circa 297 milioni di unità nei dodici mesi terminati nel giugno 2009 a circa 37 milioni negli ultimi dodici mesi considerati dall’analisi del 2026. Nello stesso periodo, soltanto sette giochi PlayStation avevano superato le 100.000 copie fisiche vendute negli Stati Uniti nel 2026, mentre nel 2008 erano stati circa cento i titoli PlayStation capaci di raggiungere quella soglia. Non è quindi sorprendente che Sony guardi a questi numeri e si chieda perché continuare a sostenere una filiera che rappresenta una porzione sempre più piccola del mercato.

Ma proprio qui nasce la contraddizione che secondo me rende la decisione molto più interessante. Una cosa può essere economicamente minoritaria e contemporaneamente strategicamente importante. Sony non deve necessariamente mantenere i dischi perché rappresentano la maggioranza delle vendite; potrebbe farlo perché rappresentano una possibilità che rafforza la percezione di PlayStation come piattaforma aperta a differenti modalità di acquisto e possesso. Il problema è capire se il vantaggio economico derivante dall’eliminazione della produzione fisica sia sufficientemente grande da compensare il possibile deterioramento del rapporto con quella parte di pubblico che vive il videogioco anche come prodotto da conservare.

Il vero problema è la parola “possesso”

E qui arriviamo al punto che considero più importante dell’intera dichiarazione di Layden. L’ex dirigente non si è limitato a dire che gli mancheranno i dischi. Ha spostato la discussione su una domanda molto più scomoda: quando compro un gioco digitale, che cosa possiedo realmente?

La questione non è nuova, naturalmente. Anche quando acquistiamo un gioco fisico moderno, il rapporto tra disco, licenza software, aggiornamenti obbligatori e servizi online può essere molto più complesso di quanto suggerisca la semplice presenza del supporto nella confezione. Ci sono giochi che richiedono download enormi, titoli che diventano fortemente dipendenti dai server e prodotti che sul disco contengono soltanto una parte dell’esperienza. Il disco non è quindi una bacchetta magica capace di garantire automaticamente la conservazione eterna di un videogioco. Ma la sua presenza offre comunque qualcosa che il digitale non può replicare nello stesso modo: un bene fisico che posso conservare e trasferire.

Layden lo sintetizza con un ragionamento volutamente provocatorio: se non posso vendere qualcosa, allora la domanda è se posso davvero considerarlo mio. E da lì nasce il problema reputazionale. Perché nel momento in cui Sony dice al consumatore che il futuro sarà esclusivamente digitale, quel consumatore può iniziare a chiedersi cosa succederà al proprio catalogo tra dieci, venti o trent’anni. Cosa accade se un gioco viene rimosso dallo store? Cosa succede se una licenza scade? E se un account viene compromesso? E se un servizio viene chiuso? Non significa che queste eventualità debbano necessariamente verificarsi, ma significa che il digitale porta con sé una dipendenza dal sistema che il fisico, almeno in parte, riduce. È questa incertezza che Layden considera pericolosa per l’immagine del marchio.

E personalmente è proprio questo il punto nel quale smetto di considerare la discussione una semplice guerra tra collezionisti e giocatori digitali. Io posso amare la comodità del download e, allo stesso tempo, non voler rinunciare alla possibilità di possedere una copia fisica. Non c’è nessuna contraddizione. Il problema nasce quando la scelta viene tolta dalle mani del consumatore.

Sony non sta tornando indietro

Per quanto il dibattito continui a essere acceso, non ci sono al momento segnali concreti che Sony abbia intenzione di cambiare rotta. L’annuncio ufficiale stabilisce che dal gennaio 2028 la produzione dei dischi per i nuovi giochi PlayStation verrà interrotta e che le nuove uscite saranno disponibili attraverso il PlayStation Store e presso i rivenditori in formato digitale. I giochi già pubblicati o programmati per arrivare su disco prima di quella data non saranno coinvolti dal cambiamento.

E soprattutto Sony ha già fatto capire di essere consapevole del contraccolpo, ma di considerare comunque la transizione necessaria. The Verge ha riportato che, dopo le forti reazioni della community, Sony ha ribadito la volontà di procedere con cautela verso questa direzione. La motivazione rimane sostanzialmente la stessa: la digitalizzazione dell’intrattenimento non riguarda soltanto PlayStation, ma l’intero settore dei media. Dal punto di vista industriale, quindi, Sony ritiene di non stare compiendo una rivoluzione isolata, bensì di adeguarsi a una trasformazione già in corso.

Il problema è che essere coerenti con il mercato non significa necessariamente essere percepiti bene dal mercato. E questa distinzione è fondamentale. Un’azienda può prendere la decisione economicamente più razionale e contemporaneamente danneggiare la propria reputazione. Layden non sta dicendo che Sony fallirà senza i dischi, né che il pubblico abbandonerà PlayStation in massa. Sta dicendo qualcosa di più sottile: una parte dei giocatori potrebbe interpretare questa scelta come un ulteriore passo verso un ecosistema nel quale Sony controlla sempre di più il modo in cui acquistiamo, utilizziamo e conserviamo i videogiochi.

La questione va oltre PlayStation

A mio avviso, sarebbe però un errore pensare che questo sia esclusivamente un problema di Sony. PlayStation potrebbe semplicemente essere il primo grande produttore console a compiere definitivamente il passo. Se il modello funzionerà dal punto di vista economico, sarà difficile immaginare che Microsoft e Nintendo non prendano nota dei risultati. Anzi, lo stesso Layden aveva già osservato in passato che il comportamento del mercato fisico potrebbe influenzare profondamente anche le strategie dei concorrenti.

Per questo la questione dei dischi è molto più importante di quanto possa sembrare. Se Sony dimostrerà che eliminare il supporto fisico non produce conseguenze commerciali significative, l’industria avrà una conferma potentissima: il disco non sarà più una componente necessaria del mercato console. A quel punto il passaggio alla distribuzione completamente digitale potrebbe accelerare anche altrove. Se invece PlayStation dovesse scoprire che una parte della propria reputazione, della fidelizzazione e delle vendite viene effettivamente compromessa, allora la scelta potrebbe trasformarsi in un precedente molto più complicato.

C’è poi il tema della conservazione del videogioco, che meriterebbe da solo un approfondimento. Il Financial Times ha sottolineato come l’abbandono del fisico alimenti le preoccupazioni relative alla conservazione dei videogiochi, alla possibilità di rivendere o prestare i titoli e alla permanenza nel tempo delle opere acquistate. È un problema che non riguarda necessariamente il gioco che compriamo oggi, ma quello che vorremo giocare tra vent’anni. E in un medium che sta ancora cercando di capire come conservare correttamente la propria storia, dipendere sempre di più da infrastrutture digitali proprietarie è una scelta che non può essere trattata soltanto come una questione di comodità.

Il rischio è perdere qualcosa che i numeri non misurano

Ecco perché considero interessante la posizione di Layden, anche se non condividessi necessariamente ogni sua conclusione. L’ex dirigente ammette di non conoscere i bilanci interni di Sony e di non sapere quali siano state le pressioni economiche che hanno portato alla decisione. Questo è importante, perché evita di trasformare la sua opinione in una presunta verità sui conti PlayStation. Sony ha evidentemente costruito la propria scelta su numeri, costi, margini e previsioni di mercato che noi dall’esterno non possiamo conoscere completamente.

Ma i bilanci non misurano tutto. Non misurano il valore emotivo di una confezione sulla libreria. Non misurano quanto un giocatore possa essere più legato a un marchio perché può costruire una collezione. Non misurano il fastidio di sapere che un gioco acquistato oggi potrebbe dipendere domani da un’autorizzazione digitale. E soprattutto non misurano immediatamente la fiducia. Quest’ultima è una delle risorse più difficili da costruire e più facili da consumare, soprattutto quando il consumatore comincia a percepire che l’azienda non gli sta semplicemente offrendo un nuovo formato, ma gli sta togliendo una possibilità.

Il punto, allora, non è pretendere che Sony mantenga i dischi per sempre ignorando l’evoluzione del mercato. Sarebbe irrealistico. Il punto è chiedersi se Sony avrebbe potuto accompagnare questa transizione con maggiori garanzie per chi non vuole rinunciare al concetto di possesso. Magari attraverso politiche più chiare sulla conservazione dei giochi, maggiore trasparenza sulle licenze, sistemi di trasferimento più solidi o forme di acquisto digitale che offrano più garanzie a lungo termine. Perché se il disco deve morire, il minimo che possiamo chiedere è che il suo sostituto sia davvero migliore sotto ogni altro aspetto, non semplicemente più conveniente per chi lo vende.

Verdetto dell’Inquisitore

Personalmente, la frase di Shawn Layden sul “brand hit” mi sembra molto più importante della polemica sui dischi in sé. Sony probabilmente ha ragione quando dice che il mercato è ormai prevalentemente digitale. I numeri non possono essere ignorati e sarebbe assurdo fingere che nel 2026 il settore console sia ancora quello del 2006. Il problema è che PlayStation non vende soltanto videogiochi: vende anche un’idea di esperienza, di appartenenza e, per una parte del suo pubblico, di collezione. Quando elimini un elemento che per decenni ha fatto parte di quell’identità, devi essere consapevole che il costo non sarà necessariamente visibile nell’immediato sul bilancio.

Quello che mi convince meno è proprio l’idea che il 20% ipotizzato da Layden possa essere liquidato come una minoranza sacrificabile. Se una parte del pubblico è composta dai giocatori più appassionati, dai collezionisti, da chi acquista al day one, da chi segue le produzioni PlayStation da decenni e da chi considera il possesso del gioco parte integrante dell’esperienza, forse non è sufficiente guardare alla percentuale e concludere che “tanto la maggioranza vuole il digitale”. La fedeltà non è una voce di bilancio semplice da calcolare, ma quando viene persa è molto difficile ricostruirla.

E poi c’è quella domanda che secondo me Sony dovrà affrontare sempre più spesso: sto acquistando un gioco o sto acquistando il diritto di accedervi? Finché esisterà una copia fisica, il consumatore avrà almeno una forma concreta di possesso. Quando quella possibilità verrà eliminata, il rapporto tra giocatore e piattaforma diventerà inevitabilmente più dipendente dalle regole dell’ecosistema digitale. Non significa che domani perderemo tutti i nostri giochi, né che il digitale sia automaticamente una fregatura. Significa però che il consumatore avrà meno alternative e che Sony dovrà guadagnarsi quella fiducia con comportamenti molto più trasparenti di quanto sia stato necessario in passato.

Per questo non mi sento di liquidare le parole di Layden come il nostalgico lamento di un ex dirigente. La sua domanda è scomoda perché tocca esattamente il punto che l’industria preferirebbe evitare: quanto vale davvero un gioco che posso soltanto accedere e non posso più trasferire, rivendere o conservare indipendentemente dalla piattaforma? Se PlayStation saprà dare una risposta convincente a questa domanda, forse il passaggio al digitale potrà essere accettato senza lasciare ferite profonde. Se invece la risposta sarà semplicemente “è così perché il mercato lo vuole”, allora temo che Layden abbia individuato correttamente il problema: Sony potrebbe guadagnare margini e contemporaneamente perdere una parte della propria identità.

E adesso voglio sapere cosa ne pensate voi: Il disco per voi è soltanto un vecchio formato destinato inevitabilmente a sparire oppure rappresenta ancora una forma concreta di proprietà, libertà e conservazione dei videogiochi? E soprattutto: se PlayStation 6 dovesse essere completamente digitale, sareste comunque disposti ad acquistarla oppure questa decisione cambierebbe il vostro rapporto con il marchio? Raccontatemi la vostra esperienza, anche se siete dall’altra parte della barricata: voglio capire se quel “20%” di cui parla Layden è davvero una minoranza sacrificabile oppure se, come sostiene lui, rappresenta proprio il cuore più fedele della comunità PlayStation. Fatecelo sapere in Taverna.

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