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Recensione | Code Vein 2: l’anime che vuole essere Elden Ring

Filo "Il Paladino"
Luglio 7, 2026
21 min lettura

Benvenuti ne L’Archivio. Caricate il Blood Code, aggiustate il manto gotico e preparatevi a un viaggio nel tempo che funziona meglio come premessa narrativa che come struttura ludica. Parliamo di Code Vein 2.

Oggi la nostra sala autopsie digitale odora di sangue sintetico, propellente di Unreal Engine 5 e di quella crisi d’identità che si produce quando uno studio decide a metà sviluppo che forse il proprio franchise dovrebbe essere qualcosa di diverso da quello che è. Sul tavolo operatorio abbiamo il sequel di un gioco di nicchia amatissimo — Code Vein del 2019, il soulslike anime-vampire che aveva trovato una fanbase devota grazie alla sua combinazione di estetica gothic dark, sistema di Blood Code profondo e la carica emotiva di un JRPG travestito da gioco From Software — e quello che Bandai Namco ha costruito sopra quella fondazione nel corso di sette anni di sviluppo.

Code Vein 2 è uscito il 30 gennaio 2026 su PC, PlayStation 5 e Xbox Series X|S. È un sequel nel nome più che nella sostanza: cast completamente nuovo, storia standalone che non richiede familiarità con il primo capitolo, mondo ricreato da zero con un open world che non existeva nell’originale. Si può leggere come una scelta di apertura verso un pubblico più ampio — eliminare le barriere narrative per permettere a chiunque di entrare — oppure come il segnale di uno studio che non sapeva dove voleva portare il franchise e ha scelto di ricominciare invece di proseguire. La Loggia vi dirà, alla fine di questa recensione, quale delle due letture è quella corretta. O forse entrambe, che è la risposta più onesta.

Dove Eravamo Rimasti: Il Peso dell’Identità di Code Vein

Prima di entrare nel vivo del sequel bisogna capire cosa rendeva il primo Code Vein speciale agli occhi della sua community — perché la distanza tra quella specialità e quello che Code Vein 2 ha scelto di essere è il nodo centrale di questa recensione.

Code Vein del 2019 era uscito tre anni dopo Dark Souls III e ne portava l’influenza in modo esplicito — struttura a livelli interconnessi, bonfire equivalenti, sistema di stamina, punizione per morte con perdita delle risorse accumulate. Ma sopra questo scheletro soulslike aveva costruito qualcosa di genuinamente proprio: un’estetica gothic-industrial che aveva la sua personalità visiva distinta, un sistema di Blood Code che permetteva di cambiare classe in tempo reale con una profondità build rara nel genere, una colonna sonora nata dalla collaborazione con VAMPS — la band rock-gothic di Hyde e K.A.Z — che dava all’intero gioco un’identità sonora irripetibile, e una narrativa che, pur con tutte le sue eccezionali eccentricità di scrittura JRPG, portava un carico emotivo autentico sulle spalle di personaggi che la community aveva imparato ad amare.

code vein 2

Non era un gioco perfetto. Era un gioco con una voce propria. Ed è quella voce che i fan del franchise aspettavano di sentire ancora, amplificata e affinata dopo sette anni di sviluppo del sequel.

Code Vein 2 ha scelto di cambiare voce. La domanda è se la nuova voce vale altrettanto.

Il Mondo e la Narrativa di Code Vein 2: Vampiri nel Tempo

La storia di Code Vein 2 ha una premessa che sulla carta è tra le più ambiziose che il franchise abbia mai tentato — e sulla carta funziona abbastanza bene da sorprendervi nei momenti migliori.

Il mondo è devastato dalla Resurgence — una catastrofe accaduta un secolo prima degli eventi del gioco, quando cinque eroi leggendari avevano sacrificato sé stessi per sigillare una forza oscura e salvare l’umanità. Nel presente, quei sigilli si stanno indebolendo. La Luna Rapacis — un’entità simile a una luna artificiale — aleggia sopra la città, trasformando i Revenants (esseri vampirici semi-umani) in creature mostruose chiamate Horrors. Il vostro personaggio — creato ex-novo tramite il character creator — è un Revenant Hunter, reclutato da Lavinia Voda, la carismatica e imponente leader del gruppo con un’estetica da Lady Dimitrescu applicata al gotico steampunk.

code vein 2

Al vostro fianco c’è Lou — non un semplice companion ma il cuore narrativo dell’intera avventura. Lou ha il potere di viaggiare nel tempo, e sarà il vostro strumento per tornare cento anni indietro, incontrare i cinque eroi leggendari prima della loro caduta, e alterare i loro destini in modo da prevenire il collasso del mondo nel presente. È una meccanica narrativa di dual timeline — passato e presente che si alternano, le azioni di un’epoca che risuonano nell’altra — che nei momenti migliori produce esattamente quella tensione drammatica che la premessa promette.

Lou stessa è il personaggio più riuscito del cast. Comincia come strumento — usata per i suoi poteri di viaggi temporale senza che nessuno la tratti come una persona — e nel corso dell’avventura cresce in modo percepibile, trovando la propria voce nel rapporto con gli eroi del passato e con Lavinia che cerca di tenerla in catene per ragioni che il gioco spiega solo a metà. Il suo arco narrativo è il momento in cui Code Vein 2 ricorda perché il franchise di appartenenza ha sempre avuto più cuore di quanto i suoi detrattori ammettessero.

Zenon Gryfgote merita una menzione speciale — presentato come scienziato pazzo, si rivela rapidamente un personaggio comico e affettuoso che rompe la tensione nei momenti giusti con l’autoironia di chi sa di essere il personaggio meno serio del cast e non si vergogna di esserlo. È il tipo di caratterizzazione che solo i JRPG sanno costruire, e funziona esattamente perché Code Vein 2 non ha paura delle proprie radici.

Il problema non sono i personaggi. Il problema è come la storia viene raccontata.

“Code Vein 2 ha una narrativa che nei momenti migliori vi farà stringere il controller. Poi arriva un corridoio di memorie spettrali pieno di proper noun che non avete ancora capito, e vi ritroverete a correre verso l’uscita sperando che il gameplay riprenda presto. È un gioco che sa emozionare quando si fida dei suoi personaggi, e si perde quando si fida delle sue lore dumps.”

I quattro archi narrativi principali hanno qualità profondamente diseguale: uno di essi — non vi dico quale per non rovinare la scoperta — è ricco di sorprese, costruisce una tensione che si scioglie in un modo che ricorderete, e dimostra che Bandai Namco ha scrittori capaci di toccare corde emotive autentiche quando vogliono farlo. Gli altri tre hanno ritmo irregolare, dungeon ripetitivi a fare da riempitivo tra una rivelazione e l’altra, e personaggi che faticano a trovare una ragione per cui dobbiate investire emozioni in loro prima che la storia vi chieda di farlo.

I corridoi di memorie spettrali — le aree dove la storia viene raccontata attraverso visioni ambientali — sono la scelta narrativa più discussa del titolo. L’idea è giusta: invece di cutscene passive, camminate letteralmente attraverso i ricordi dei personaggi, vedendo il passato attorno a voi. Il problema è la frequenza e la densità: diventano presto dump di esposizione camminati invece che momenti di narrazione ambientale, e la tentazione di premere il tasto per accelerarli è quella stessa tentazione che si prova durante le conversazioni troppo lunghe che non riesce a fermarsi in tempo.

Il Blood Code 2.0 di Code Vein 2: Quando la Classe Diventa Personalità

Il sistema di Blood Code era il cuore meccanico del primo Code Vein, e il sequel lo espande in modi che soddisferanno chi aveva apprezzato la profondità build dell’originale — con qualche compromesso che è necessario documentare onestamente.

Ogni Blood Code nel gioco rappresenta un personaggio della storia — equipaggiando il codice di un eroe del passato assorbite non solo le sue statistiche e le sue abilità passive, ma anche frammenti della sua personalità nell’interfaccia. Il Blood Code di Lyle potenzia le capacità di parry e il danno da stagger — ideale per chi costruisce lo stile di combattimento attorno all’intercettazione degli attacchi nemici. Il Blood Code di Holly restituisce HP ogni volta che abbattete un nemico — un kit da sustain che trasforma lo stile di gioco in qualcosa di più aggressivo e rischioso di quanto sembri sulla carta. I codici si combinano: le abilità sbloccate da un codice rimangono equipaggiabili anche quando si indossa il codice di un altro personaggio, creando possibilità di ibridazione che nelle build più ottimizzate producono stili di gioco genuinamente distinti.

code vein 2

Le armi hanno un sistema di upgrade che include la conversione in varianti elementali — fuoco, ghiaccio, elettrico, oscurità — ciascuna con comportamenti diversi contro tipologie specifiche di nemici. Gli strumenti secondari — da usare quando il combattimento diretto non basta — aggiungono un layer di utensili situazionali che nelle boss fight più complesse diventano la differenza tra la vittoria alla terza tentata e la vittoria alla tredicesima.

È un sistema di customizzazione che ha profondità reale per chi sceglie di immergersi completamente. Il problema è che il gioco non lo rende mai obbligatorio: è possibile completare l’intera avventura, inclusi i boss più difficili, accumulando semplicemente livelli e usando un’arma grande fino alla fine. La profondità è lì. L’incentivo a sfruttarla è più tenue di quanto un sistema così elaborato meriti.

Il Combattimento di Code vein 2: Soulslike o Hack-and-Slash?

Questa è la domanda che divide la community del franchise e che Code Vein 2 non risponde mai in modo definitivo — perché il suo sistema di combattimento è, al tempo stesso, entrambe le cose e nessuna delle due con piena convinzione.

Le meccaniche soulslike sono tutte presenti: heals limitati con bonfire equivalenti per ricaricarli, schivata con finestre di invincibilità, sistema di stamina che punisce l’aggressività senza controllo, perdita delle risorse accumulte alla morte. La struttura di punizione e ricompensa tipica del genere è intatta.

Ma il ritmo degli scontri è percettibilmente più veloce e più permissivo rispetto ai padri fondatori del genere. La finestra di invincibilità della schivata è generosa — più di quanto Elden Ring o Dark Souls concederebbero — al punto che un approccio di somersaults consecutivi risolve molte situazioni che il design vorrebbe affrontate con più cautela. Il feedback visivo dei colpi è soddisfacente, le animazioni delle armi hanno il peso che ci si aspetta, e il design dei boss — unanimemente il punto più alto del sistema di combattimento — produce scontri che richiedono lettura dei pattern, adattamento reattivo e l’utilizzo delle risorse secondarie in modo non banale.

code vein 2

Il problema, segnalato da più parti nella community, è la distanza tra la qualità dei boss e la qualità dei nemici normali. I mob che popolano i dungeon e l’open world sono ripetitivi nei pattern, limitati nella varietà visiva e meccanicamente poco interessanti dopo le prime ore di gioco. È la stessa progressione che molti soulslike subiscono — quando il design si concentra sulle boss fight come momento di eccellenza, il corpo di gioco che le collega paga il prezzo di quella concentrazione.

I Jails — i dungeon strutturati che si alternano all’open world — sono il contesto in cui il combat system funziona meglio. Spazi più contenuti, nemici posizionati con più cura, struttura che guida il ritmo dell’esplorazione in modo che l’open world non sempre garantisce. Quando si è dentro un Jail ben costruito, Code Vein 2 ricorda al giocatore perché il soulslike come genere continua a produrre esperienze che altri non replicano.

L’Open World e l’Ombra di Elden Ring in Code vein 2

Qui arriva il confronto che nessuno che abbia giocato entrambi i titoli può evitare — e che Code Vein 2 rende inevitabile attraverso le proprie scelte di design.

È possibile identificare con precisione chirurgica quale titolo FromSoftware fosse al picco del suo impatto culturale durante lo sviluppo di ciascun capitolo di Code Vein. Il primo era chiaramente figlio di Dark Souls III — la struttura a livelli interconnessi, la pesantezza dei movimenti, la concentrazione sull’atmosfera oppressiva come contesto dell’esplorazione. Code Vein 2 è chiaramente figlio di Elden Ring — e il fatto che Bandai Namco sia anche il publisher di Elden Ring non è un dettaglio irrilevante in questa lettura.

L’open world di Code Vein 2 ha ambizioni elden-ringiane nei suoi punti di interesse distribuiti sulla mappa, nelle aree opzionali che premiano l’esplorazione laterale con loot e lore, nelle meccaniche di scoperta che incoraggiano a deviare dal percorso principale. Ma la densità di quello spazio è inferiore. I punti di interesse hanno meno peso specifico. La sensazione di scoperta che Elden Ring produceva a ogni collina superata — quella tensione di non sapere cosa ci fosse dall’altro lato — non si ripresenta con la stessa frequenza.

La parte più onesta della critica che la community ha mosso al titolo non è che l’open world sia brutto — è che spinge costantemente il confronto con un gioco che lo fa meglio, e che quel confronto raramente favorisce Code Vein 2. Se avete già giocato a Elden Ring, il sistema di esplorazione di questo titolo vi sembrerà familiare ma meno preciso. Se non lo avete giocato, l’open world di Code Vein 2 offre abbastanza varietà e contenuto da soddisfare la voglia di esplorazione libera.

La camera è il difetto tecnico più segnalato dalla community nelle sessioni di esplorazione e di combat in spazi chiusi — tende a posizionarsi in angolazioni scomode durante i lock-on multipli e in certi corridoi dei Jails, creando quella visibilità ridotta sugli attacchi in arrivo che è il tipo di frustrazione che la terza volta che accade fa alzare la voce.

La Colonna Sonora di Code Vein 2: Dall’Elettrico all’Orchestrale

Qui bisogna essere onesti su qualcosa che i fan del primo Code Vein percepiranno immediatamente: la colonna sonora del sequel è buona, ma è qualitativamente diversa da quella dell’originale in un modo che non è solo una questione di gusto.

Il primo Code Vein aveva costruito la propria identità sonora attorno alla collaborazione con VAMPS — rock gothic con una componente elettrica e una energia da live concert che si sposava perfettamente con l’estetica vampire-punk del gioco. Era musica che suonava come il protagonista sembrava — pericolosa, colorata, con una personalità propria.

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Code Vein 2 adotta un registro più orchestrale e più cinematografico. È una scelta di produzione in linea con le ambizioni di un sequel che vuole parlare a un pubblico più ampio — l’orchestrazione suggerisce epicità, grandiosità, lo stesso tipo di linguaggio musicale che i soulslike mainstream usano per ambientare i loro momenti di climax. È musica competente. Funziona nel contesto. Ma ha perso quella specificità che rendeva il franchise riconoscibile anche solo ascoltando trenta secondi di una traccia senza avere la grafica di contesto.

Non è un cambiamento che invalida l’esperienza sonora di Code Vein 2. È un cambiamento che documenta la distanza tra ciò che il franchise era e ciò che ha scelto di diventare.

La Macchina da Guerra contro UE5 in Code Vein 2: RTX 5080 + 9800X3D

Parliamo di silicio — e stavolta la conversazione ha più spigoli del solito, perché Code Vein 2 porta con sé tutto il bagaglio tecnico che UE5 ha abituato a distribuire senza chiedere permesso.

Il titolo gira su Unreal Engine 5 con le feature abituali della suite — Lumen per l’illuminazione dinamica, Nanite per la complessità geometrica, shader compilation che al primo avvio produce hitching in modo che la comunità PC ha imparato a identificare come “il prezzo di UE5”. Su configurazioni medie — CPU di generazione precedente, GPU nella fascia 3060-3080 — la stampa e la community hanno documentato stuttering significativo, hitching durante l’esplorazione dell’open world, e un frame rate che fatica a mantenersi stabile su preset alti anche su hardware che non dovrebbe avere problemi di questo tipo.

Sul nostro desktop — RTX 5080 OC Edition, Ryzen 7 9800X3D e 64GB di DDR5 a 6000MHz — il quadro migliora in modo sostanziale, ma non elimina completamente i problemi architetturali di UE5. I 64GB di DDR5 eliminano qualsiasi hitching legato alla gestione della memoria nelle sessioni più prolungate. Il 9800X3D con la sua cache L3 da 96MB mitiga il bottleneck CPU-side che UE5 produce nelle aree dell’open world con più entità simultanee — un vantaggio architetturale concreto e misurabile rispetto a qualsiasi altra CPU consumer disponibile. La RTX 5080 OC Edition gestisce il rendering a 4K con preset massimi mantenendo frame rate sopra i 90 FPS nelle aree più aperte, con qualche scesa verso i 70-75 nelle zone più dense di geometria Nanite e illuminazione Lumen simultanea.

code vein 2

Ma — e questo ma è importante — anche su questa configurazione, gli shader hitch del primo avvio e qualche micro-stuttering nelle transizioni tra zone dell’open world rimangono presenti. Non abbastanza da interrompere il gameplay in modo frustrante. Abbastanza da ricordare che Code Vein 2 su PC non ha ricevuto il livello di ottimizzazione che il suo hardware di pubblicazione meritava.

“RTX 5080 e 9800X3D ridimensionano i problemi di ottimizzazione di Code Vein 2 senza eliminarli del tutto. Su hardware entusiast il gioco è fluido e bello — i boss in particolare hanno una resa visiva che ricorda perché il nuovo hardware esiste. Ma UE5 porta con sé un debito tecnico che nemmeno la migliore configurazione disponibile paga completamente. Sul PC medio, la situazione è percepibilmente più difficile.”

Lo stile visivo merita una nota specifica — è uno dei punti più divisivi del titolo anche esteticamente. Il gothic-industrial dell’originale è stato sostituito da un’estetica art deco post-apocalittica che alcuni trovano sbalorditiva nella sua originalità e altri trovano esteticamente confusa. I skybox del gioco — il cielo della Luna Rapacis sopra la città, le aurore tinte di viola durante le sessioni nel passato — sono tra i più belli dell’anno nel genere. I design dei personaggi principali sono elaborati fino all’eccesso in modo genuinamente JRPG, il che è una critica e un elogio al tempo stesso a seconda di chi siete come giocatori.

L’Identità Perduta: Il Problema che Nessuna Patch Risolve

Bisogna nominare esplicitamente la critica più profonda che Code Vein 2 riceve dalla propria fanbase storica — non perché sia la critica più importante dal punto di vista del gioco come prodotto isolato, ma perché è la critica che il franchise come entità a lungo termine non può permettersi di ignorare.

La community del primo Code Vein voleva un sequel. Voleva Fox McCloud, voglio dire — voleva i propri personaggi, la continuazione della propria storia, l’approfondimento dei sistemi che avevano reso l’originale speciale. Quello che ha trovato è un gioco con “Code Vein” nel nome e Unreal Engine 5 sotto al cofano, con un open world chiaramente ispirato a Elden Ring e una narrativa che ha tagliato tutti i ponti con il capitolo precedente.

Non è necessariamente un errore di design preso in isolamento. Un sequel standalone — alla maniera di Final Fantasy, dove ogni capitolo è un universo a sé — è una scelta legittima e praticata da franchise enormi. Ma nel caso specifico di Code Vein, quella scelta ha prodotto una sensazione di abbandono tra chi aveva investito emotivamente nell’originale: i personaggi che amavano non ci sono, la storia che avevano iniziato non ha una conclusione, e il tono estetico che li aveva catturati in primo luogo è stato sostituito da qualcosa di visivamente diverso e meccanicamente più vicino al mainstream soulslike che alla voce unica del 2019.

Il risultato è un gioco che si trova in una posizione scomoda: troppo radicato nell’estetica JRPG per attrarre pienamente i fan hardcore di Elden Ring, e troppo distante dall’identità dell’originale per soddisfare pienamente la community storica di Code Vein.

La Telemetria Finale: I Voti della Loggia

Combat System & Boss Design — 8.4 [Solido – Il Buon Mestiere]

Le boss fight sono il picco indiscusso dell’esperienza — cinematografiche, con pattern da imparare e adattamenti da fare, prodotte da un team che sa costruire momenti di climax ludico. Il Blood Code 2.0 ha profondità build reale per chi sceglie di sfruttarla. La schivata generosa e il ritmo più veloce dell’originale abbassano la barriera d’accesso in modo funzionale. I mob normali sono piatti, la camera tradisce in spazi stretti, e la profondità build è troppo opzionale per essere davvero incentivata.

Narrativa & Personaggi — 7.4 [Mediocrità – Il Compitino]

Lou è un personaggio riuscito. Zenon è il colpo di teatro che nessuno si aspettava. L’arco narrativo migliore del gioco dimostra che la scrittura del team ha vette reali. Ma quattro archi con qualità profondamente diseguale, i corridoi di memorie spettrali che diventano presto dump di esposizione camminati, la selva di proper noun delle prime ore che produce più confusione che immersione — sono difetti che una scrittura più curata avrebbe potuto evitare e che rallentano l’engagement nei momenti sbagliati.

Open World & Esplorazione — 7.0 [Mediocrità – Il Compitino]

L’open world ha ambizioni elden-ringiane e una densità inferiore. I Jails strutturati sono il territorio dove il game design funziona meglio. Il confronto con Elden Ring — reso inevitabile dalle scelte di design — raramente favorisce Code Vein 2. La camera in spazi chiusi è un problema ricorrente che la patch day-one non ha risolto completamente.

Comparto Tecnico & Ottimizzazione PC — 6.0 [Mediocrità – Il Compitino]

UE5 porta con sé i propri problemi strutturali — stuttering su hardware medio, hitching nelle transizioni tra zone, shader compilation al primo avvio. Su hardware enthusiast come il nostro la situazione è gestibile; su configurazioni più comuni è un problema reale che il team di sviluppo avrebbe dovuto affrontare prima del lancio. La crisi estetica dell’identità visiva — lontana dal gothic-industrial dell’originale — è un dato che la community storica percepisce immediatamente.

Il Verdetto

+Pro

  • Accessibile ai Nuovi Arrivati: Non richiede familiarità con il primo capitolo ed è meno punitivo del genere nei confronti di chi non ha la muscle memory del soulslike.
  • Blood Code 2.0 ha Profondità Reale: Per chi sceglie di immergersi nel sistema di customizzazione, le possibilità di build sono genuinamente varie e producono stili di gioco percepibilmente diversi.
  • Blood Code 2.0 ha Profondità Reale: Per chi sceglie di immergersi nel sistema di customizzazione, le possibilità di build sono genuinamente varie e producono stili di gioco percepibilmente diversi.
  • Skybox Straordinari: La Luna Rapacis sopra la città, le aurore del passato — alcuni dei cieli più belli visti in un soulslike nell’ultimo anno.
  • Tre Finali: Normal, Good e True — un sistema di conclusioni multiple che dà peso alle scelte narrative e invita alla rigiocabilità.

–Contro

  • Camera Traditrice: In spazi chiusi e durante lock-on multipli, produce angolazioni che nascondono gli attacchi nemici in modo che non si giustifica con una difficoltà di design intenzionale.
  • Crisi d’Identità Strutturale: Vuole essere Elden Ring e non riesce a esserlo pienamente. Nel tentativo dimentica di essere Code Vein, che era invece qualcosa che sapeva fare.
  • Mob Normali Piatti: Dopo le prime ore, i nemici comuni non offrono varietà meccanica sufficiente da mantenere l’engagement durante l’esplorazione.
  • Narrativa Disomogenea: Un arco su quattro è eccellente. Gli altri tre hanno ritmo irregolare, dungeon ripetitivi e personaggi che faticano a trovare un hook. Il divario qualitativo tra il migliore e il peggiore è troppo ampio.
  • Ottimizzazione PC Insufficiente: UE5 stuttering su hardware medio, hitching nelle transizioni, shader compilation. Su configurazioni non-entusiast l’esperienza è significativamente peggiore di quanto il prezzo giustificherebbe.

Valutazioni Dettagliate

Combat System & Boss Design8.4
Comparto Tecnico & Ottimizzazione PC6.0
Narrativa & Personaggi7.4
Open World & Esplorazione7.0
Valutazione Finale
7.2
Mediocrità – Il Compitino

Piattaforme Disponibili

Pc, PlayStation 5, Xbox Series X|S

La Considerazione di Filo

Ho finito Code Vein 2 in quaranta ore distribuite su due settimane. In quelle quaranta ore ho avuto almeno una dozzina di momenti in cui il gioco mi ha ricordato perché Code Vein esiste come franchise — momenti dove i personaggi hanno detto qualcosa che non mi aspettavo, dove un boss ha prodotto una soddisfazione che solo i soulslike sanno costruire, dove la storia di Lou ha toccato una nota emotiva che non avevo previsto.

E ho avuto altrettanti momenti in cui mi sono chiesto cosa stesse cercando di essere questo gioco. Se stesse cercando di essere Elden Ring, e il perché avrebbe dovuto — Bandai Namco pubblica Elden Ring, lo sa meglio di chiunque altro quanto sia difficile replicare quella magia, e il tentativo di farlo attraverso un franchise anime-soulslike già esistente ha lo stesso sapore di un errore di strategia travestito da decisione di design. Se stesse cercando di essere Code Vein, e il perché si sia allontanato così tanto dall’identità che aveva reso il primo capitolo qualcosa di speciale per la propria community.

La risposta onesta è che Code Vein 2 è né l’uno né l’altro nel modo completo che entrambe le direzioni avrebbero richiesto. È un gioco con momenti genuinamente belli e un’identità ancora da trovare. Ha le fondamenta di qualcosa che potrebbe diventare notevole — il sistema Blood Code, il cast di supporto, il design dei boss — ma ha costruito sopra quelle fondamenta meno di quanto il tempo di sviluppo e il prezzo di lancio avrebbero dovuto garantire.

Sul nostro desktop la RTX 5080 ha reso i boss splendidi e l’open world fluido. Il 9800X3D ha tenuto a bada gli stuttering di UE5 meglio di qualsiasi altra CPU disponibile. Ma nessun hardware risolve la domanda di fondo che questo gioco lascia aperta: dove vuole andare Code Vein?

Spero che Bandai Namco abbia la risposta per il terzo capitolo. Perché questo franchise ha qualcosa di unico da offrire al genere — l’ha dimostrato nel 2019. Code Vein 2 lo dimostra a metà. E metà non basta, a settanta euro.

La Tavola Rotonda Chiama a Rapporto

E qui, membri della Loggia, il microfono passa a voi. Avete già esplorato la Luna Rapacis? E se sì — siete dei fan del primo Code Vein che si sono sentiti abbandonati dall’identità del sequel, o nuovi arrivati che hanno trovato nell’open world e nel Blood Code 2.0 esattamente quello che cercavate?

La domanda che brucia davvero: un soulslike anime con personalità propria che cambia pelle per sembrare Elden Ring è una mossa intelligente di apertura al mercato mainstream, o è il modo più sicuro per perdere la community che lo amava senza guadagnare quella che non lo conosceva? La Loggia non ha una risposta definitiva. Ha voglia di sentire la vostra. Nei commenti, adesso.

— Filo

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