One Piece 2: il miracolo è finito?
Accomodati pure qui in Taverna, Filo ha tirato fuori il vino buono ma oggi ha l’umore meno festoso del solito. Se la prima stagione di One Piece ci aveva colti di sorpresa, regalandoci l’illusione che l’impossibile fosse diventato realtà, questa seconda annata ci riporta bruscamente con i piedi per terra.
Smettiamo per un attimo di brindare e guardiamo in faccia la realtà: l’effetto novità è svanito, e quello che resta è un adattamento che inizia a mostrare le sue cicatrici sotto il peso di un’ambizione forse eccessiva.
La seconda stagione di One Piece è arrivata con il vento in poppa, ma ora che il mare si è calmato, è tempo di un’analisi onesta. Non fraintendetemi: non è un disastro. Ma se la prima stagione era un miracolo, questa sembra “solo” una produzione Netflix con un budget altissimo che cerca disperatamente di far quadrare i conti tra minutaggio e fedeltà.
Il problema di Luffy: Quando il carisma diventa macchietta
Se nella prima stagione di One Piece Iñaki Godoy ci aveva conquistato con la sua spontaneità, in questa seconda tornata il suo Luffy sembra aver perso quella magia. C’è una tendenza preoccupante a forzare ogni singola espressione e movenza, quasi come se l’attore stesse cercando di rincorrere l’esuberanza del manga in modo puramente meccanico.
Quello che prima era carisma solare ora scivola troppo spesso nella macchietta: i sorrisi sembrano stampati, i movimenti troppo enfatizzati e meno fluidi. Si ha la costante sensazione di una recitazione “in posa”, dove l’autenticità del personaggio viene sacrificata per imitare pedissequamente i frame dell’anime. Un vero peccato, perché il cuore della ciurma dovrebbe essere Luffy, ma se il capitano risulta forzato, tutto l’equilibrio della nave ne risente.
Lampi nel deserto: Non tutto è da buttare
Sia chiaro, non voglio fare il bastian contrario a tutti i costi. Qualche momento degno di nota c’è e va riconosciuto. La sequenza dell’esecuzione di Hiriluk a Drum Island, per esempio, è stata girata con una grazia inaspettata: nonostante i dubbi sulla CGI, l’emozione in quella scena rompe lo schermo.
Allo stesso modo, l’introduzione di Smoker ha riportato un po’ di quella fisicità “sporca” che manca al resto della serie. Il suo scontro con Luffy cattura perfettamente la sensazione di impotenza davanti a un “Rogia”. Sono questi piccoli lampi di genio che ti fanno rabbia, perché dimostrano che le potenzialità per fare qualcosa di grandioso c’erano tutte
L’elefante (o meglio, la renna) nella stanza: Chopper
Parliamone. Chopper era la prova del nove e, sarò sincero, il risultato mi lascia tiepido. L’uso della CGI e dell’animatronica è tecnicamente lodevole, ma c’è un costante senso di “uncanny valley”. In certi momenti Chopper sembra un intruso digitale in un mondo di attori in carne ed ossa. La sua storia a Drum Island rimane potente perché il materiale originale di Oda è intoccabile, ma l’alchimia fisica con il resto della ciurma ha perso quella naturalezza che avevamo visto nell’East Blue.
Il problema del ritmo: Alabasta in “fast forward”
Il vero punto debole, però, è la gestione della saga di Alabasta. Stiamo parlando di uno degli archi narrativi più densi e complessi del manga nelle sue fasi iniziali. Netflix ha provato a comprimere intrighi politici, rivolte civili e scontri epici in un pugno di episodi.
Il risultato? Non c’è tempo per sentire il peso della disperazione del popolo, né per approfondire i comprimari che rendevano Alabasta viva. Tutto corre lasciando presagire che nella prossima stagione tutto accelererà verso il duello finale tra Luffy e Crocodile, lasciando per strada quel respiro epico che rendeva l’opera originale un capolavoro di world-building. È un pacchetto “confezionato bene”, ma privo di quella densità che ti fa sentire parte della rivoluzione.
Estetica: Alla ricerca del One Piece tra set cinematografici e “Cosplay d’alto bordo”

Se nella prima stagione la pulizia visiva sembrava una scelta stilistica, qui inizia a stancare. Alubarna è troppo pulita. I costumi sono troppo perfetti, troppo poco “vissuti”. A volte si ha la sensazione di guardare un cosplay di lusso più che una storia di pirati sporchi e sudati sotto il sole del deserto. Crocodile e Nico Robin sono stati scelti bene, ma la loro recitazione sembra a tratti troppo ingabbiata nel voler imitare le pose dell’anime, risultando meno spontanea di quanto sperassi.
Vale ancora la pena restare a bordo?
Nonostante queste critiche, la serie si lascia guardare. I fan la ameranno perché è One Piece, ed è comunque l’adattamento meno peggio che potessimo sperare. Ma il sospetto è che, man mano che la storia diventerà più assurda e vasta, il formato live action di Netflix inizierà a scricchiolare sempre di più sotto il peso di compromessi narrativi necessari ma dolorosi.
Discorsi da fine serata
Forse sono io che sto diventando troppo cinico, o forse è solo che l’indipendenza della nostra Loggia mi impone di non accodarmi all’entusiasmo acritico della rete.
Fatemi sapere cosa ne pensate voi:
- Chopper vi ha convinto o vi sembra un “pupazzone” fuori posto?
- Sentite anche voi che la storia stia correndo troppo?
- Crocodile ha davvero quel carisma che serve o è solo un cattivo da fumetto un po’ piatto?
Le porte della Taverna sono aperte, vi aspetto nei commenti per un confronto onesto.
Alla prossima (con meno illusioni). — Filo
